La vera storia di Girotto de’ Girini di Valerio Le Moli

Erano gli anni in cui, come la primavera dopo i freddi mesi dell'inverno, il Rinascimento faceva rifiorire quella parte dell'umana natura per troppo tempo rimasta sopita, durante gli anni bui del Medioevo.
E così, per le strade di Firenze, sbocciavano ogni giorno nuove idee, nuove arti e un desiderio di bellezza che avrebbe presto contagiato l'Europa intera.
 
Ma prima di allontanarsi dalle sponde dell'Arno, fu proprio tra le due sponde dell'Arno che il Rinascimento assunse la sua forma meno nota ma non per questo meno nobile. Grazie ad uno dei suoi più grandi protagonisti: Giotto.
 
Ora, prima di proseguire nel racconto, penso sia necessaria una precisazione: colui di cui stiamo parlando non è quel Giotto, geniale pittore e illustre architetto, che voi tutti conoscete. Il protagonista della nostra storia è del celebre artista un omonimo decisamente meno grande, sia per fama che per dimensioni.
Di lui non troverete traccia nei libri di storia né in quelli di arte. O, almeno, non su quelli scritti dagli umani.
Il nostro Giotto, il cui nome per esteso era Girotto de' Girini, apparteneva infatti alla famiglia delle Ranae esculentae Linnaeus, meglio note col nome di rane verdi o rane comuni. Benché Girotto in comune con quelle rane non avesse proprio nulla.
 
Innanzitutto amava il bel canto e non quel roco gracidare che da tutti i suoi conoscenti era considerata la massima espressione musicale possibile nel mondo fluviale.
E, soprattutto, Girotto de' Girini aveva mostrato, sin dai primi giorni di vita, un'insolita predisposizione per le arti figurative. A differenza dei suoi fratelli, che giravano sempre in cerchio, Girotto amava infatti disegnare forme sempre differenti. E se il bipede col quale condivideva il nome era noto per saper disegnare un cerchio perfetto, il girino sapeva disegnarne due, uno attaccato all'altro. E fu proprio da quella forma, simile al numero otto, che egli prese il nome di Girotto. O Giotto, come fu da allora e per sempre ricordato.
 
Ma il mondo delle rane, come forse i più ignorano, non è facile al cambiamento. Certo, un girino può scegliere di girare da destra a sinistra o da sinistra a destra. E il verde della pelle può essere un po' più chiaro o un po' più scuro, a seconda dei gusti.
Per questo motivo a Giotto i confini di quel mondo così limitato cominciarono presto a stare stretti.
Anche perché, aveva udito che oltre l'immenso muro d'acqua che gli umani chiamavano Arno c'era un luogo del tutto diverso, dove le rane amavano i colori e dove ognuno poteva disegnare, nuotando sul pelo dell'acqua, forme che nessun occhio anfibio aveva mai visto da questa parte del fiume.
 
"Dilladarno, figlio mio, è solo un'invenzione", gli ripeteva spesso la madre, l'unica tra i suoi quindicimila familiari che lo considerasse ancora un sognatore e non un semplice pazzo o un perfetto idiota.
Meno rispetto gli dimostravano infatti i suoi fratelli, le sue sorelle e persino i suoi nipoti.
Proprio uno di loro, piccolo come una larva ma già insolente come una rana adulta, vedendolo seduto ad osservare l'orizzonte gli si avvicinò e gli gracidò una canzoncina di sua invenzione e che fceva press'a poco così:
"Dilladarno non può andare
De'Girini il buon Girotto
O perché non sa nuotare
O perché se la fa sotto. "
 
Fu la goccia che fece traboccare il fiume. Perché, lo capirete bene anche voi, essere preso in giro da un girino è troppo persino per una rana.
Così, senza pensarci su due volte, Girotto de' Girini si tuffò in acqua e cominciò a nuotare.
Nuotò per ore. Forse per giorni. E, proprio quando stava per perdere la speranza che esistesse davvero un'altra sponda dall'altra parte del fiume, i suoi occhietti sporgenti notarono qualcosa. Emergeva appena fuori dall'acqua, come un piccolo isolotto. Ma, a differenza di un isolotto, quella strana forma si muoveva. Nuotava. E nuotava proprio verso di lui.
 
Più incuriosito che spaventato, Giotto decise di proseguire verso di lei. Perché proprio di una lei si trattava. Era una rana, in tutto simile a lui. Verde come lui. Liscia come lui.
Ma bastò un semplice "Ciao" per scoprire che anche lei, come lui, era una rana unica nel suo genere.
Perché quello che uscì dalla bocca larga della ranocchia non fu uno stridulo gracidio, ma una voce così cristallina che sembrò rendere un po' più limpide anche le torbide acque del fiume.
 
"Mi chiamo Lira." Proseguì la rana, e anche il cielo sembrò d'improvviso un po' più azzurro.
"Io sono Giotto", si presentò il ranocchio.
Poi cominciarono a parlare. Lira - che doveva il nome allo strumento musicale da lei creato con un legnetto ed alcune ragnatele e da cui non si separava mai - raccontò di venire da una sponda del fiume dove tutte le rane gracidavano allo stesso modo. Aggiunse poi di voler raggiungere l'altra sponda perché, aveva sentito dire, da quella parte le rane amavano così tanto il canto da insegnarlo persino agli usignoli.
 
Potete forse immaginare i sentimenti che afflissero il giovane Giotto alla scoperta di quella nuova, inimmaginabile realtà: l'altra riva dell'Arno esisteva davvero. Ma era identica a quella che aveva appena abbandonato.
Raccontò a Lira di provenire proprio dal lato del fiume verso cui lei era diretta e cosa aveva lasciato in quelle rive tristi e limacciose.
Rimasero così a galleggiare nel centro esatto del fiume, condividendo le vecchie speranze e la nuova delusione, equidistanti da quei luoghi dove avrebbero dovuto trovare ognuno la propria felicità.
E senza che se ne accorgessero - perché spesso è proprio quando non te ne accorgi che accadono i miracoli - tra le due rive dell'Arno nacque qualcosa di straordinario.
I due ranocchi parlarono a lungo. E quando fu il momento di tornare a casa, ognuno dei due capì che entrambe le rive sarebbero state quella giusta, purché l'avessero raggiunta insieme.
 
Cosa accadde dopo di preciso non lo so dire. So soltanto che i due ranocchi raggiunsero una delle sponde e, impermeabili come solo un anfibio sa esserlo allo scetticismo degli altri, diedero vita ad una nuova stirpe di rane.
Alcune sapevano cantare, come Lira aveva loro insegnato. Altre imparavano a disegnare, ispirate dall'indomito genio di Giotto. Altre coltivavano passioni nuove e diverse, ma non per questo meno apprezzate. Qualcuna modellava il fango sostenendo che in esso fosse già contenuta ogni forma, qualcuna scriveva storie utilizzando la lingua delle rane come mai accaduto prima d'allora, qualcun'altra si poneva invece nuovi interrogativi su chi fosse in realtà la rana e quale ruolo avesse nell'universo.
Presto quel modo di pensare, scorrendo dall'Arno verso fiumi sempre più lontani, raggiunse nuovi lidi, prima in Italia, per toccare infine i più remoti paesi d'Europa.
 
Ancora oggi, se vedete un ranocchio che bacia una Lira, non vi stupite: è il simbolo di un'epoca magica e lontana che ancora oggi è nota nel mondo delle rane con il nome di Ranascimento.


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